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Mi sembrava interessante riportare questa notizia. E’ uno studio pubblicato dalla rivista scientifica, PLoS ONE.
Si tratta della scoperta che una pomata a base di estradiolo, un ormone femminile, sarebbe in grado di bloccare la trasmissione del virus HIV nell’uomo, proteggendo l’epidermide del prepuzio.
Questa crema sarebbe in grado di impedire al virus dell’HIV di penetrare nelle cellule di Langerhans, cellule preposte all’immunità primaria e che sono presenti nell’ epidermide.
I ricercatori dell’University of Melbourne coordinati da Roger V. Short hanno scoperto che più alti sono i livelli di cheratina presenti nell’epidermide del prepuzio, meno probabile è il contagio HIV, perché la cheratina funziona da barriera tra l’esterno e le cellule di Langerhans.
L’uso della pomata all’estradiolo è in grado di stimolare drammaticamente la produzione della cheratina. L’effetto secondo lo studio durerebbe fino a 5 giorni dall’applicazione.
Questi ulteriori dettagli dello studio:
Short RV, Pask AJ, McInnes K et al. Topical Oestrogen Keratinises The Human Foreskin and May Help Prevent HIV Infection. PLoS ONE 3(6): e2308 doi:10.1371/journal.pone.0002308.
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Tags: Aids, cellule di Langerhans, cheratina, contagio HIV, estradiolo, HIV, PLoS ONE, pomata, prepuzio, Ricerca Scientifica, Roger V. Short
L’acido zoledronico migliora l’efficacia del trattamento del carcinoma mammario ormono-sensibile
Questa notizia arriva da Chicago, dove si è tenuto il congresso ASCO 2008.
Migliora lo standard terapeutico nel trattamento del carcinoma mammario ormono-sensibile per le donne in premenopausa.
Si è visto infatti che l’associazione di acido zoledronico alla terapia ormonale postchirurgica è in grado di ridurre di circa il 36% il rischio di recidiva o di decesso ed è altresì in grado di migliorare i benefici clinici ottenuti con la sola terapia ormonale.
Si tratta dei risultati di uno studio denominato “ABCSG-12″, portato avanti da un team di ricercatori dell’Austrian Breast & Colorectal Cancer Study Group.
Lo studio di fase III, ha arruolato 1.803 donne in premenopausa affette da carcinoma mammario di stadio I o II positivo per i recettori degli estrogeni, con meno di 10 linfonodi ascellari coinvolti.
Le donne sono state trattate per tre anni e osservate per ulteriori due anni; il risultato è stato ampiamente positivo in quanto si è visto che l’associazione dell’acido zoledronico alla terapia ormonale con tamoxifene o anastrozolo ha prolungato significativamente la sopravvivenza e l’assenza di recidiva.
Altri risultati e indicazioni terapeutiche saranno previste nei prossimi mesi.
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Tags: Ricerca Scientifica, cancro al seno, breast cancer, acido zoledronico, ASCO 2008, carcinoma mammario ormono-sensibile, premenopausa, terapia ormonale, ABCSG-12, Austrian Breast & Colorectal Cancer Study Group, tamoxifene, anastrozolo
Riporto una notizia tratta da Agi salute:
(AGI) – Roma – Il vaccino quadrivalente contro il cancro del collo dell’utero, “Gardasil“, ha ricevuto l’approvazione da parte dell’Agenzia Europea del farmaco (EMEA) per l’estensione della licenza all’immissione in commercio con l’inclusione della prevenzione delle lesioni precancerose della vagina. Il Comitato per i medicinali ad uso umano (CHMP) interno all’EMEA ha raccomandato quest’aggiunta per la prevenzione di queste lesioni precancerose (VaIN2/3) causate dai tipi di papilloma virus umano 16 e 18, responsabili del 90 per cento dei tumori della vagina correlati all’HPV. La Commissione europea potra’ ora approvare l’estensione della licenza del vaccino nelle prossime settimane. “Le lesioni precancerose vaginali sono difficili da individuare. Il trattamento per impedire la progressione in cancro e’ una sfida e spesso richiede l’impiego di terapie ablative, vaginectomie parziali e, nei casi di cancro invasivo, il ricorso alla radioterapia. La loro ricorrenza e’ comune” spiega Elmar Joura, professore di ginecologia oncologica all’Universita’ di Vienna. “Inoltre le donne possono soffrire di ansia, depressione, disfunzioni sessuali e perdita della loro identita’ di donna: vite spezzate.” Queste ulteriori indicazioni si aggiungono a quelle attuali di “Gardasil” che sono la prevenzione del cancro del collo dell’utero, delle lesioni cervicali precancerose (CIN2/3), di quelle vulvari (VIN2/3) e dei condilomi genitali causate dai tipi di HPV 6, 11, 16 e 18.
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Tags: cancro del collo dell'utero, CIN2/3, Elmar Joura, EMEA, Gardasil, hpv 16, hpv 18, lesioni precancerose, lesioni precancerose della vagina, Medicina, oncologia, papillomavirus umano, Ricerca Scientifica, vaccinazione, vaccini, vaccino, vaccino quadrivalente, VaIN2/3, VIN2/3
Pubblichiamo una richiesta che ci è stata scritta da una lettrice.
“La Sindrome di Berdon, o megacisti-microcolo-ipopersistalsi, è una malattia genetica molto rara, nella maggior parte dei casi i piccoli sopravvivono solo qualche ora, in qualche altro caso dovranno affrontare una vita estremamente difficoltosa con una pessima qualità. Esistono pochi casi in tutto il mondo certificati (pare 25 fino al 2003) e quindi difficoltà nel contattare famiglie che l’hanno vissuta o medici che hanno cercato di affrontarne le complicanze. Il Ministero Italiano della Sanità non
l’ha neanche (ancora) classificata come malattia rara. Diagnosticarla è estremamente difficile e combatterla pare impossibile.
Fra qualche settimana nascerà la mia nipotina affetta da questa sindrome.
Vorrei contattare qualche famiglia, anche straniera, che abbia, purtroppo, vissuto questa triste esperienza per scambiare informazioni.
Vi ringrazio
Tamara Barone “
Per qualunque contatto:
tamyba [at] yahoo.it
Nella speranza che possa essere utile allego anche un file che descrive brevemente la patologia.
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Tags: Berdon Sindrome, farmaci orfani, lettere dei lettori, malattia genetica, Malattie rare, Medicina, megacisti-microcolo-ipoperistalsi, Miopatia viscerale neonatale, Ricerca Scientifica, richieste di aiuto, sindrome di Berdon
Una nuova cura per la leucemia potrebbe arrivare dalle cellule immunitarie fatte crescere a partire dal sangue del cordone ombelicale. Un gruppo di ricercatori americani del Children Cancer Hospital (Texas), coordinati da Patrick Zweidler-McKay, hanno prelevato alcune cellule Natural Killer (NK) dal sangue del cordone ombelicale e successivamente le hanno iniettate in topolini malati di leucemia.
In questo modo sono riusciti a distruggere il tumore del sistema emolinfopoietico.
Va ricordato che le cellule Nk, natural killer sono cellule che fanno parte del sistema immunitario.
Lo studio è ancora in una fase iniziale, ma i primi risultati ottenuti su un gruppo di topolini sono molto promettenti.
La terapia è riuscita infatti a ridurre dal 60 all’85 per cento il numero di cellule tumorali della leucemia linfocitica acuta umana e quella mieloide, due forme di tumori del sistema emolinfopoietico. I vari test sono stati effettuati utilizzando delle cellule umane affette da leucemia aggressiva.
La ricerca è stata presentata in occasione della conferenza annuale dell’American Society of Pediatric Hematology/Oncology tenutasi a Cincinnati, Ohio.
Attualmente i malati di leucemia possono essere curati attraverso un trapianto di cellule staminali, purtroppo però, esiste un elevato rischio di rigetto in quanto le cellule immunitarie T del sangue trapiantato potrebbero reagire con quelle proprie del paziente. Le crisi di rigetto sono purtroppo molto comuni e se non controllate possono risultare addirittura fatali.
Grazie alla nuova cura basata sulle cellule Natural Killer si avrebbero molteplici vantaggi, per esempio non bisognerebbe ricorrere alla chemioterapia prima del trapianto. Le cellule NK, a differenza delle cellule T, ignorando le cellule normali, si indirizzano solo contro quelle tumorali, eliminando in questo modo il rischio di rigetto. Vi è inoltre un altro grande vantaggio, questa cura può essere adottata anche in quei pazienti che hanno già subito un trapianto, o in quei pazienti, di qualsiasi età, che non risultano idonei alle altre terapie per la cura della leucemia.
La ricerca condotta presso il Children Cancer Hospital è però la prima ad essere riuscita a generare più di 150 milioni di cellule NK da un’unità di sangue di cordone ombelicale.
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Dopo l’approvazione da parte della Commissione europea, anche in Italia e’ disponibile e rimborsabile dal Servizio sanitario nazionale la terapia per il ritrattamento dei pazienti con infezione da HCV (il virus dell’epatite C), costituita da Peginterferone alfa-2b in associazione con ribavirina.
Si è visto che questa associazione di farmaci puo’ infatti offrire una nuova importante opportunita’ terapeutica ai pazienti che non hanno risposto ad una precedente terapia oppure a quei pazienti che sono andati incontro a una recidiva clinica.
Circa il 50 per cento dei pazienti gia’ sottoposti a un primo trattamento rientrano in questa categoria.
La nuova indicazione per i due farmaci si fonda sullo studio multicentrico internazionale “Evaluation of PegIntron in Control of hepatitis C Cirrhosis” (EPIC3), dal quale è emerso che nel 22 per cento dei pazienti con alle spalle un insuccesso terapeutico si puo’ ottenere l’eradicazione definitiva del virus ed in questo modo quindi la guarigione.
Per chiunque fosse interessato consiglio di parlarne vivamente con il proprio medico che potrà dare precise informazioni a riguardo.
Se possibile mi piacerebbe avere delle testimonianze in merito.
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Tags: cirrosi, epatite C, epatologia, EPIC3, Evaluation of PegIntron in Control of hepatitis C Cirrh, HCV, hepatitis, Medicina, Peginterferone alfa-2b, recidiva epatite c, ribavirina, Ricerca Scientifica
Leggevo proprio oggi questa notizia che a mio avviso merita particolare attenzione.
A Padova infatti nascerà la Clinica dei tumori ereditari, creata dall’Istituto oncologico veneto (Iov) padovano.
Si stima che in Italia circa il 5-10% dei casi di tumore sia da considerarsi a base familiare, quindi ereditario; per questo è di fondamentale importanza concentrarsi sullo studio delle mutazioni genetiche alla base di questi tumori.
La conoscenza di tali mutazioni e polimorfismi permettono infatti di diagnosticare molto precocemente se nella persona vi sarà il rischio di sviluppare un tumore.
Un ulteriore vantaggio, a mio avviso fondamentale è quello di consentire ai medici di mettere in atto procedure diagnostiche e terapeutiche personalizzate per il singolo paziente.
Queste le parole di Pier Carlo Muzzio, commissario straordinario dello Iov: “La Clinica dei tumori ereditari riunirà in sé uno staff medico di alto livello che, grazie ad un approccio multidisciplinare, potrà dedicarsi contemporaneamente alla diagnosi e alla cure dei tumori ereditari endocrini, del seno, dell’ovaio e del colon.
Nonostante in molti centri oncologici siano già nati dei centri specifici per la diagnosi e l’assistenza dei casi di cancro eredo-familiare, nessuna di queste è però in grado di fornire l’assistenza a vasto raggio che noi siamo in grado di garantire ora. Il nostro scopo è di creare una rete di sinergie non solo all’interno della nostra struttura, ma anche con i centri già attivi in tutto il territorio del Nord-Est”.
Insomma una notizia davvero positiva che teneremo sicuramente d’occhio.
Nel frattempo se volete commentare la notizia o dare ulteriori ragguagli potete farlo qui all’interno del blog.
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Tags: biotecnologie, cancer, cancro, Clinica dei tumori ereditari, Iov, Istituto oncologico veneto, Medicina, mutazioni genetiche, oncologia, Padova, Pier Carlo Muzzio., polimorfismi, Ricerca Scientifica, tumori
Come avrete notato nel blog non si parla solamente di oncologia, sebbene quello sia l’argomento di riferimento.
Per esempio volevo riportarvi questa interessante notizia riportata anche dai più importanti quotidiani nazionali.
All’instituto farmacologico Mario Negri di Milano è allo studio una promettente terapia per l’epilessia.
Questo tipo di terapia è stata sviluppata in uno studio sperimentale condotto da Francesco Noè nel laboratorio di Annamaria Vezzani, in collaborazione con altri gruppi internazionali di ricerca diretti da Gunther Sperk dell’università di Innsbruck (Austria), da Asla Pitkanen dell’università di Kuopio (Finlandia) e da Matthew During dell’Ohio State University negli Usa.
Lo studio è stato appena pubblicato sulla rivista scientifica “Brain”.
La prima procedura della terapia consiste nell’individuare, mediante opportune tecniche di imaging, l’area cerebrale da cui si originano le crisi epilettiche.
Il passo successivo consiste poi nell’introdurre in quest’area un gene specifico in grado di produrre proteine con attività anticonvulsivanti; la sostanza di riferimento è il neuropeptide Y.
Il gene per il neuropeptide Y è stato veicolato nel cervello di modelli sperimentali di epilessia utilizzando un vettore di trasporto chiamato “vettore virale adeno-associato”, derivato da un virus non patogeno, quindi non infettivo.
Questa terapia permette la produzione di ottimi livelli di neuropeptide Y nella zona cerebrale interessata, che è appunto quella legata alle scariche epilettiche. Questo ha come effetto una drastica riduzione della frequenza delle crisi negli animali modello.
L’Istituto Negri, ha sottolineato che questi attacchi epilettici, nei modelli animali non potevano essere controllati dal Dilantin, un classico farmaco anticonvulsivante. Vezzani sottolinea: “I risultati della nostra sperimentazione dimostrano che l’introduzione del gene “terapeutico” nel cervello delle cavie, determina la produzione del peptide per almeno un anno, cioè per la durata della vita dell’animale e diminuisce significativamente le crisi epilettiche provocate sperimentalmente senza causare effetti tossici”.
Come tutte le scoperte di questo tipo, ovviamente il passo per la sperimentazione sull’uomo non sarà brevissimo.
Qualora ci siano delle evoluzioni le riporteremo sicuramente all’interno del blog.
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Tags: Annamaria Vezzani, Brain, epilessia, Francesco Noè, Mario Negri, Medicina, neuropeptide Y, Ricerca Scientifica, terapia genica
Volevo riportarvi questa notizia che ho trovato su Nature Medicine.
Un team di ricercatori guidati dall’italiano Giorgio Inghirami, con la collaborazione del gruppo di Roberto Chiarle, ha scoperto un vaccino in grado di prevenire e contrastare l’oncogene Alk, che caratterizza e contraddistingue le cellule malate del linfoma anaplastico.
Lo studio è stato appena pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica ‘Nature Medicine’.
La ricerca è stata svolta nei laboratori del Cerms dell’ospedale Molinette di Torino, è durato anni e ha portato a iniettare un vaccino a Dna specifico per il gene di Alk in alcune cavie, in seguito trattate con una dose letale di linfoma.
Grazie a questo vaccino i topolini non si ammalavano di linfoma.
Sempre su modelli animali di tumore, i ricercatori hanno sperimentato anche tale vaccino a dna anche come cura.
Il risultato è stato alquanto positivo; gli animali soggetti a chemioterapia che hanno parallelamente ricevuto il vaccino sono guariti nella maggior parte dei casi.
Il linfoma anaplastico è un linfoma relativamente raro. Si contano circa 2.500 malati in Europa e altrettanti negli Stati Uniti.
Recentemente si è scoperto però che l’oncogene Alk è anche espresso in modo errato in circa 5% degli adenocarcinomi del polmone (che colpiscono circa 12 mila persone in Europa), dando il via alla prospettiva di nuove sperimentazioni.
Tra alcuni mesi partirà il primo trial clinico sull’uomo che vedrà unito l’ospedale Molinette di Torino con uno dei centri oncologici più importanti al mondo, il M.D. Anderson in Texas (USA).
Seguiremo se possibile questo trial clinico riportando a tempo debito approfondimenti e relativi risultati.
Nel frattenpo se volete dare una vostra opinione a riguardo e volete confrontarvi vi invito a scrivere sul blog.
Per chiunque sia interessato a leggere l’abstract dell’articolo, questo è il link.
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Tags: Alk, biologia molecolare, Giorgio Inghirami, linfoma, linfoma anaplastico, Linfomi, Medicina, Molinette Torino, Nature Medicine, oncogene, oncologia, Ricerca Scientifica, Roberto Chiarle, tumori, vaccino a dna
Se ne è parlato tanto, anche nei più importanti quotidiani nazionali, mi piacerebbe però aprire un dibattito scientifico a riguardo.
La scoperta, di grande importanza per la cura di questa forma di leucemia e non solo, è stata portata avanti da un ricercatore italiano, Paolo Pandolfi, direttore del programma di genetica del cancro alla Harvard University di Boston (in collaborazione con il dipartimento di ematologia dell’Università di Torino).
Si è visto che un farmaco a base di arsenico, l’arsenico biossido, è in grado di migliorare le terapie per la leucemia mieloide cronica.
La leucemia mieloide cronica negli ultimi anni è stata oggetto di grandissimi studi scientifici, che tra l’altro hanno portato alla scoperta e successiva commercializzazione di un importantissimo farmaco biotecnologico, il Gleevec, particolarmente efficace.
Purtroppo la malattia in molti casi non ottiene una remissione completa, in quanto alcune cellule staminali del tumore, seppure dormienti rimangono “vive”.
Queste cellule staminali talvolta sono in grado di fare riemergere il tumore anche a distanza di anni.
Il concetto è piuttosto semplice; solitamente le cellule staminali tumorali sono resistenti alle terapie e alla radioterapia in particolare e in quanto quiescenti riescono a schivare gli “attacchi” terapeutici e sopravvivono.
Il farmaco in questione a base di arsenico, già usato da tantissimo tempo in medicina cinese, ha la capacità di riuscire in qualche modo a “risvegliare” tali cellule, che sono quindi in grado di proliferare e di essere quindi ora attaccate dalle comuni terapie anticancro.
Ora inizierà uno studio clinico sui malati di leucemia mieloide cronica per verificare i benefici dell’abbinamento dell’arsenico biossido alle attuali terapie chemioterapiche.
Inoltre, gli scienziati proseguiranno gli studi per capire se questo meccanismo è valido anche per le cellule staminali dei tumori solidi. La ricerca è stata pubblicata sulla rivista scientifica Nature.
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Tags: arsenico biossido, biotecnologie, cancer, cancro, cellule staminali tumorali, chemioterapia, ematologia, Gleevec, Hrvard University, leucemia, leucemia mieloide cronica, Medicina, Nature, oncologia, Paolo Pandolfi., remissione, Ricerca Scientifica, tumori
Un enzima,denominato Cdc7 chinasi, è in grado di inibire la sintesi del dna.
Lo studio è stato portato avanti dal ricercatore italiano Corrado Santocanale e colleghi del National University of Ireland Galway.
Come è ormai ben assodato le cellule dei tumori sono caratterizzate da un tasso di divisione e di crescita incontrollati. Questi eventi vengono attualmente combattuti mediante l’utilizzo di farmaci chemioterapici. Sebbene il risultato terapeutico di tali farmaci è via via sempre più positivo, questi farmaci sono spesso tossici.
La proteina Cdc7 chinasi agisce sui primi stadi di divisione cellulare, attivando un gruppo di proteine che danno inizio alla sintesi del DNA.
L’obiettivo dei ricercatori sarà quello di cercare di inibire la sintesi genica delle cellule tumorali andando ad agire direttamente a livello di questa proteina.
I ricercatori hanno identificato una molecola, testata su animali di laboratorio con massa tumorale, in grado di inibire
la proteina Cdc7 chinasi; come risultato si è ottenuta una notevole riduzione della massa con pochissima tossicità.
Questa scoperta pone la base per ulteriori futuri approfondimenti.
La notizia è stata pubblicata integralmente su Nature Chemical Biology.
Mi piacerebbe discuterne con voi all’interno del blog.
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Autofagia mediata dalla proteina p53 rappresenta il nuovo bersaglio della ricerca oncologica
Una proteina gioca un ruolo chiave nell’ambito dello sviluppo di un tumore: si chiama p53.
Da tempo è conosciuta con il ruolo di “guardiano del genoma”. E’ una proteina fondamentale nel riparare quotidianamente i danni al dna delle cellule dell’organismo; qualora il danno al genoma è particolarmente grave per essere riparato, p53 induce le cellule difettose ad un vero e proprio suicidio, conosciuto come apoptosi. In questo modo si evita che il danno al dna possa essere propagato ad altre cellule.
Appare evidente quindi il ruolo fondamentale in ambito oncologico svolto da tale proteina, tanto che la ricerca è stata spesso focalizzata proprio su di essa.
Un gruppo di ricercatori guidati da Francesco Cecconi, dell’IRCSS fondazione Santa Lucia di Roma, in collaborazione con un grande istituto parigino, ha portato alla scoperta di un’altra funzione fondamentale della proteina p53, l’autofagia.
L’autofagia è il meccanismo molecolare con il quale la cellula si “autocannibala” per permettere ad altre cellule di sopravvivere quando sono in difficoltà.
La notizia è stata pubblicata sulla prestigiosa rivista scientifica “Nature Cell Biology”.
Quali potrebbero essere a breve termine le conseguenze di tale scoperta?
Per esempio si potrà sicuramente pensare ad un controllo farmacologico dell’autofagia cellulare, bloccandola, agendo direttamente su p53, rendendo in questo modo le cellule tumorali più vulnerabili ai trattamenti terapeutici.
Mi piacerebbe avere opinioni e commenti a riguardo.
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Tags: apoptosi, autofagia, biologia molecolare, biotecnologie, Dna, farmacologia, Fondazione Santa Lucia Roma, Francesco Cecconi, guardiano del genoma, Medicina, Nature Cell Biology, oncologia, p53, proteina p53, ricerca oncologica, Ricerca Scientifica, tumore, tumorogenesi
l’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) ha comunicato che la casa farmaceutica Sanofi-aventis ha ritirato, a scopo cautelativo, un lotto del medicinale Clexane T 6000 UI, farmaco anticoagulante a base di enoxaparina, “a seguito della positività di un test che ha rivelato la presenza di un contaminante, il condroitinsolfato ipersolfatato. Tale contaminante potrebbe essere correlato al verificarsi di reazioni allergiche anche gravi”.
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E’ quanto emerge da uno studio britannico presentato al 121° Meeting annuale dell’American Phsysiological Society, parte della conferenza scientifica di Experimental Biology 2008.
Utilizzato da secoli nella medicina tradizionale orientale, l’estratto di un fungo, il Phellinus Linteus è diventato recentemente un interessante oggetto di ricerca per le sue proprietà antitumorali nei confronti di numerosi tipi di tumore tra cui cancro della pelle, della prostata e del polmone.
Inoltre gli scienziati del Methodist Research Institute di Indianapolis, dove si è svolta la ricerca, hanno inoltre scoperto che gli estratti del fungo sono efficaci anche nei confronti del cancro al seno.
Ne hanno inoltre chiarito il meccanismo di azione.
Sul British Journal of Cancer si afferma infatti che il meccanismo di azione di questo fungo consiste nel l’inibire le cellule invasive del cancro, attraverso il blocco di un particolare enzima, chiamato AKT.
Questo enzima sappiamo essere implicato nei meccanismi di crescita cellulare.
Tra I dati presentati durante il meeting anche la scoperta che un estratto di thè verde, l’ epigallocatechina gallato (Egcg), sia in grado di arrestare la crescita e la migrazione delle cellule tumorali nel cancro al seno, per inibizione dell’angiogenesi (formazione di nuovi vasi sanguigni, importantissimi nella crescita della massa tumorale)
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Leggevo questa notizia su un giornale online, ma non ho avuto modo ancora di leggere la pubblicazione a riguardo.
Ricercatori americani hanno annunciato che l’assunzione di una dose di aspirina giornaliera è in grado di indurre una modesta protezione contro il più comune tipo di cancro al seno, il cancro al seno positivo ai recettori per gli estrogeni.
Ques’ultima tipologia di cancro comprende circa ¾ di tutti I casi di cancro al seno.
I ricercatori, guidati da Gretchen Gierach del National Cancer Institute, hanno scoperto che donne che prendono aspirina quotidianamente, riducono il rischio di sviluppare questo tipo di tumore al seno di circa il 16%.
Il cancro al seno positivo ai recettori per gli estrogeni, viene “nutrito” dagli estrogeni stessi e l’aspirina è in grado di interferire con l’attività ormonale estrogenica.
Questa scoperta è senz’ombra di dubbio particolarmente promettente anche se credo che ulteriori studi debbano essere portati avanti per convalidare tale asserzione.
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Tutto italiano è il farmaco, Raltegravir, che la FDA ha approvato per la commercializzazione. Italiani sono anche I ricercatori che hanno collaborato alla sua scoperta e italiano è inoltre il primo paziente della sperimentazione.
A creare la molecola è stato un gruppo di ricercatori italiani dell’Istituto di Ricerca di Biologia Molecolare “Pietro Angeletti” (Irbm) di Pomezia, centro di ricerca della MerckShap&Dohme.
Il nome commerciale è ISENTRESS ed è stato approvato per l’uso in terapia antiretrovirale combinata solamente nei pazienti adulti pre-trattati, in cui si siano sviluppate delle resistenze ad altri farmaci antiretrovirali.
Raltegravir è una molecola che fa parte della classe degli inibitori delle integrasi. Si ricorda che le integrasi sono degli enzimi che il virus usa per integrare I propri geni in quelli delle cellule umane.
Il farmaco in questione è in grado di bloccare tale enzima, abbassando la carica virale del soggetto.
A differenza delle tradizionali terapie antiretrovirali, quella che utilizza Isentress presenta pochissimi effetti collaterali e sembrerebbe essere ben tollerato dal paziente.
“Si tratta del primo farmaco del genere ad essere messo in commercio sul mercato mondiale: tutti gli altri inibitori dell’integrasi sono per ora solo in fase di sperimentazione”, spiega Fernando Aiuti, docente di Immunologia Clinica e direttore della Scuola di Specializzazione di Allergologia e Immunologia Clinica dell’Università degli Studi di Roma La Sapienza, uno dei cinque centri italiani dove il farmaco è stato sperimentato.
Viene inoltre precisato che tale farmaco non va assolutamente a sostituire altri già utilizzati in terapia, mentre va usato nelle situazioni cliniche di particolare resistenza in soggetti “difficili”.
Per ulteriori dettagli, se saranno resi disponibili, continuate a seguire il blog. Ogni opinione in merito, ogni considerazione e chiarimento sono assolutamente sempre ben accetti.
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Leggevo questa interessantissima notizia.
Si sapeva gia’ da tempo che il latte materno fosse una ricca miniera di sostanze importanti per il bambino, tra cui sostanze ad azione immunostimolante.
Un gruppo di ricercatori, che hanno presentato la loro ricerca sulla prestigiosa rivista “Cell Tissue Research”, guidati ma Mark Cregan dell’University of Western Australia, ha indicato come il latte materno sia una inesauribile fonte di cellule staminali indifferenziate.
Ovviamente il ruolo di tali cellule staminali nel latte materno non e’ ancora ben chiaro e si possono solamente fare ipotesi.
Secondo gli studiosi tali cellule potrebbero passare dall’intestino del neonato al suo sistema circolatorio, andando poi a differenziarsi nei diversi tessuti dell’organismo.
Il latte materno potrebbe in particolare avere quindi la peculiarita’ di partecipare ai processi rigenerativi del bambino, consentendo in questo modo il mantenimento del suo buono stato di salute.
Sebbene tutto rappresenti unicamente una grande ipotesi, ulteriori studi saranno indispensabili a confermare tali tesi.
Il latte materno potrebbe rappresentare quindi una via alternativa di estrazione di cellule staminali?
Bhe’, credo che questo, almeno per il momento, nessuno possa dirlo..anche se questa sara’ sicuramente una via da sondare ulteriormente.
Che ne pensate?
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